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La Speranza l'incontro con Gesù Cristo Incontro di Sabato 26 Aprile 2008 |
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5 Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata
Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo
figlio: 6 qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque,
stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. 7
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse
Gesù: "Dammi da bere". 8 I suoi discepoli
infatti erano andati in città a far provvista di cibi. 9
Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi
da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non
mantengono buone relazioni con i Samaritani. 10 Gesù
le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui
che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto
ed egli ti avrebbe dato acqua viva". 11 Gli disse la donna:
"Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo;
da dove hai dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più
grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve
lui con i suoi figli e il suo gregge?". 13 Rispose Gesù:
"Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14
ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più
sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente
di acqua che zampilla per la vita eterna". 15 "Signore,
gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più
sete e non continui a venire qui ad attingere acqua". 16
Le disse: "Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui".
17 Rispose la donna: "Non ho marito". Le disse Gesù:
"Hai detto bene "non ho marito"; 18 infatti
hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito;
in questo hai detto il vero". 19 Gli replicò la
donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri
padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme
il luogo in cui bisogna adorare". 21 Gesù le dice:
"Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo
monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi
adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché
la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma è giunto il momento,
ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito
e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24
Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito
e verità". 25 Gli rispose la donna: "So che
deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà,
ci annunzierà ogni cosa". 26 Le disse Gesù:
"Sono io, che ti parlo". 27 In quel momento giunsero
i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna.
Nessuno tuttavia gli disse: "Che desideri?", o: "Perché
parli con lei?". 28 La donna intanto lasciò la
brocca, andò in città e disse alla gente: 29
"Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto.
Che sia forse il Messia?". 30 Uscirono allora dalla città
e andavano da lui. (Giovanni 4,5-30;39-42) |
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[...] Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una "buona notizia" - una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo "informativo", ma "performativo". Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. (Benedetto XVI, Lett. Enc. "Spe Salvi") |
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17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già
da quattro giorni nel sepolcro.
(Giovanni 11,17;20-27;38-44) |
(Catechismo della Chiesa Cattolica) Dio è il fondamento della speranza - non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati fino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. (Benedetto XVI, Lett. Enc. "Spe Salvi")
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2 Ho sperato: ho sperato nel Signore |
Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore. 5 Beato l'uomo che spera nel Signore e non si mette dalla parte dei superbi, né si volge a chi segue la menzogna. 6 Quanti prodigi tu hai fatto, Signore Dio mio, quali disegni in nostro favore: nessuno a te si può paragonare. Se li voglio annunziare e proclamare sono troppi per essere contati. |
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Tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera. http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Giuseppina_Bakhita Nacque intorno al 1869 in un piccolo villaggio del Sudan occidentale. All'età di quattro - sei anni, fu rapita da mercanti arabi di schiavi. Per il trauma subito, dimenticò il proprio nome e quello dei propri familiari: i suoi rapitori la chiamarono Bakhita, che in arabo significa "fortunata". Venduta più volte dai mercanti di schiavi sui mercati di El Obeid e di Khartoum, conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e morali della schiavitù. In particolare, subì un tatuaggio cruento mentre era a servizio di un generale turco: le furono disegnati più di un centinaio di segni sul petto, sul ventre e sul braccio destro, incisi poi con un rasoio e successivamente coperti di sale per creare delle cicatrici permanenti. Nella capitale sudanese venne infine comprata dal console italiano residente in quella città, Callisto Legnani, con il proposito di renderle la libertà: questo diplomatico già in precedenza aveva comprato bambini schiavi per restituirli alle loro famiglie. Nel caso di Bakhita ciò non fu possibile per la distanza del villaggio di origine dalla capitale e per il vuoto di memoria della bambina riguardo ai nomi del proprio villaggio e dei propri familiari. Nella casa del console Bakhita visse serenamente per due anni lavorando con gli altri domestici senza essere più considerata una schiava. Quando nel 1884 il diplomatico italiano dovette fuggire dalla capitale in seguito alla Rivolta Mahadista, Bakhita lo implorò di non abbandonarla. Insieme ad un amico del signor Legnani, Augusto Michieli, raggiunsero prima il porto di Suakin sul Mar Rosso, dove appresero della caduta di Khartoum, e dopo un mese si imbarcarono alla volta di Genova. In Italia Augusto Michieli con la moglie presero con loro Bakhita come bambinaia della figlia Mimmina e la portarono nella loro casa a Zianigo (frazione di Mirano). Dopo tre anni i coniugi De Michieli si traferirono in Africa a Suakin dove possedevano un albergo e lasciarono temporaneamente la figlia e Bakhita in affidamento presso l'Istituto dei Catecumeni in Venezia gestito dalle Figlie della Carità (Canossiane). Bakhita venne ospitata gratuitamente come catecumena e cominciò a ricevere così una istruzione religiosa. Quando la signora Michieli ritornò dall'Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest'ultima, con molto coraggio e decisione, manifestò la sua intenzione di rimanere in Italia con le suore Canossiane. La signora Michieli fece intervenire il Procuratore del Re, venne coivolto anche il cardinale patriarca di Venezia Domenico Agostini, i quali insieme fecero presente alla signora che in Italia non erano riconosciute le leggi di schiavitù: il 29 novembre 1889 Bakhita fu dichiarata legalmente libera. Nel convento delle Canossiane dove rimase, il 9 gennaio 1890 Bakhita ricevette i sacramenti dell'iniziazione cristiana e con i nomi Giuseppina Margherita Fortunata. Il 7 dicembre 1893 entrò nel noviziato dello stesso istituto e l'8 dicembre 1896 pronunciò i primi voti religiosi. Nel 1902 fu trasferita in un convento dell'ordine a Schio dove trascorse il resto della propria vita. Qui lavorò come cuciniera, sagrestana, aiuto infermiera nel corso della Prima Guerra Mondiale quando parte del convento venne adibito ad ospedale militare. A partire dal 1922 le venne assegnato l'incarico di portinaia, servizio che la metteva in contatto con la popolazione locale che prese ad amare questa insolita suora di colore per i suoi modi gentili, la voce calma, il volto sempre sorridente: venne così ribattezzata dagli scledensi (cioè dagli abitanti di Schio) "Madre Moreta". Il suo personale carisma e la sua fama di santità vennero notati dai suoi superiori, che a più riprese le chiesero di dettare le sue memorie. Il primo racconto venne dettato a suor Teresa Fabris nel 1910, che produsse un manoscritto di 31 pagine in Italiano (si noti che Bakhita parlava esclusivamente in dialetto veneto). Nel 1929, su invito della famiglia dell'amministratore dei coniugi Michieli, Illuminato Chiccchini, persona a cui lei era particolarmente legata e riconoscente, si racconta ad un'altra consorella, suor Mariannina Turco; questo secondo manoscritto è andato perduto, probabilmente distrutto dalla stessa Bakhita. Su richiesta della superiora generale dell'ordine, tra il 4 e il 6 novembre 1930 venne intervistata a Venezia da Ida Zanolini, laica canossiana e maestra elementare, la quale nel 1931 pubblicò il libro Storia Meravigliosa che venne ristampato 4 volte nel giro di sei anni. Bakhita divenne così famosa in tutta Italia e molte persone, comitive e scolaresche andavano a Schio per vederla. Dal 1933, assieme ad una suora missionaria di ritorno dalla Cina, suor Leopolda Benetti, iniziò a girare l'Italia per tenere conferenze di propaganda missionaria. Timida di natura e capace di parlare solo in dialetto veneto, Bakhita si limitava a dire poche parole alla fine degli incontri, ma la sua presenza attirava l'interesse e la curiosità di migliaia di persone. L'11 dicembre 1936, Bakhita con un gruppo di missionarie in partenza per Addis Abeba, vennero ricevute da Benito Mussolini nel Palazzo Venezia a Roma. Dal 1939 cominciò ad averi seri problemi di salute e non si allontanò più da Schio. Morì l'8 febbraio 1947 dopo una lunga e dolorosa malattia. La salma venne inizialmente sepolta nella tomba di una famiglia scledense, i Gasparella, probabilmente in vista di una successiva traslazione nel Tempio della Sacra Famiglia del convento delle canossiane di Schio, traslazione poi avvenuta nel 1969.
Parlava di Dio come "el Paròn": "quelo che voe el Paròn", "quanto bon che xe el Paròn", "come se fa a non volerghe ben al Paròn" ("quello che vuole il Padrone", "quanto buono è il Padrone", "come si fa a non voler bene al Padrone"). Di se stessa: "Mi son un povero gnoco, come gai fato a tegnerme in convento?" ("Sono un povero gnocco, come hanno fatto a tenermi in convento?"). Quando la gente la compiangeva per la sua storia: "Poareta mi? Mi non son poareta perché son del Paròn e nela so casa: quei che non xe del Paròn i xe poareti" ("Povera io? Io non sono povera perché sono del Padrone e nella sua casa: quelli che non sono del Padrone sono i veri poveri"). Soffrì parecchio nel subire la curiosità della gente e l'acquisita notorietà: "Tuti i voe vedarme: son proprio na bestia rara!" ("Tutti vogliono vedermi: sono proprio una bestia rara!"). |