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Maria
Luca (1, 26-38) ci presenta Maria come una ragazza di Nazareth, un piccolo
paese della Galilea che, a quanto ci dice l'evangelista Giovanni, non
godeva di una grande fama (Gv 1, 46). Non sappiamo, e non sapremo mai,
quello che Maria si aspettava, quello che desiderava
Ma possiamo
immaginare che, figlia di famiglia in un piccolo paese, null'altro volesse
se non fare un bel matrimonio, avere una famiglia e stare serena, lavorando
è mandare avanti la casa, come tutte le brave massaie del suo tempo.
L'ordinarietà è la prospettiva di Maria. Ma in tutto questo
emerge un progetto di Dio, diverso e particolare. Luca ci parla dell'angelo,
ma chissà se davvero le cose sono andate così: forse l'angelo
ha parlato a Maria attraverso una consapevolezza che le cresceva dentro
e le faceva capire che la sua vita non sarebbe stata come quella di tutte
le altre
Forse Maria ha paura: paura di quello che avviene in lei, e che non riesce
a capire e inquadrare bene. Tutto, fino a quel momento, era stato chiaro
e lineare: c'è anche un fidanzato, con cui sta preparando le nozze.
Tutto è già organizzato...
Eppure l'inaspettato avviene. Maria è chiamata a un destino diverso
da quello che voleva, un destino che fatto proprio per lei: Maria crede
di conoscersi o, meglio, si conosce, ma Dio la conosce meglio di quanto
lei stessa si conosca; l'angelo la chiama "piena di grazia",
e Maria non sa di essere piena di grazia.
Maria è turbata quando l'angelo le rivela l'amore di Dio per lei.
Ma l'angelo la rassicura: il Signore, che la ama, la chiama ad una vocazione
particolare ed unica, quella di essere la madre del Messia, ma di un messia
diverso e superiore a quello che Israele attendeva, non solo il discendente
di Davide, ma addirittura il Figlio di Dio fatto uomo. Maria chiede una
spiegazione. L'evangelista si serve di questa domanda (che ha dato il
via ad una lunga serie di ipotesi su cui non ci soffermiamo in questo
contesto) per poter far proseguire il suo discorso: il Figlio di Maria
sarà concepito in un modo tutto speciale, per opera dello Spirito
Santo. Dio interviene nella storia con grande potenza, come ha potuto
sperimentare anche Elisabetta che, sterile e avanzata negli anni, aspetta
un bambino. Dio può operare tutto, certo, ma non vuole farlo senza
la collaborazione degli uomini. Maria ora deve riflettere. Essere la madre
del Figlio di Dio fatto uomo non sarà senza conseguenza per la
sua vita e per quella del suo promesso sposo Giuseppe. La risposta di
Maria si alza però chiara e forte: lei si riconosce "serva"
del Signore e si mette completamente a disposizione di Dio.
Non è un gesto di rinuncia né di viltà, capiamolo
bene, ma un atteggiamento consapevole e fiducioso. Maria accetta di entrare
da protagonista nella storia d'amore che Dio sta intessendo con l'umanità.
Ma questo significa rinunciare: rinunciare a quello che, nella sua mente,
era il suo futuro; a quello che tutti si sarebbero aspettati da lei: significa
entrare in una specie di situazione irregolare (si ricordi la genealogia
di Mt 1, 1-17, dove le donne sono tutte "madri" in modo non
proprio regolare!) e restarci, non tanto perché lei l'ha voluta,
ma perché Dio l'ha voluta per lei. Forse Dio non ama troppo le
cose "a modino", e nemmeno le persone dentro gli schemi
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Giuseppe
La figura del padre "putativo" di Gesù resta spesso sullo
sfondo: eppure anche lui ha qualcosa da dirci. Giuseppe si trova inserito,
suo malgrado, in una storia più grande di lui, in una storia inattesa,
di cui si fa carico. Si tratta della sua storia, dalla quale non ci si
può trarre indietro. Matteo racconta la nascita di Gesù
dalla prospettiva di Giuseppe, e mette in evidenza l'angoscia che egli
ha provato nello scoprire che Maria era incinta. Anche in questo caso,
una serie di sogni e aspettative che vengono meno, forse con tutto un
portato di angoscia e di dolore. Lo vediamo in Mt 1, 18-24. Giuseppe si
trova davanti ad un dilemma: la legge gli imporrebbe di divorziare da
Maria, esponendola a tutte le conseguenze alla quale, come donna adultera,
sarebbe andata incontro (Dt 22, 20-21): nel peggiore dei casi la lapidazione;
in un sistema meno severo, l'esclusione sociale e il pubblico disprezzo.
Giuseppe vuole risparmiare a Maria tutto ciò: anche se è
giusto, anche se è osservante della legge, sa e comprende che a
volte si deve temprare il rigore con misericordia. Vuol divorziare "con
tatto": forse presentando motivi diversi dall'adulterio per giustificare
il suo ripudio di Maria.
Che bella la figura di Giuseppe! Credo che ci colpisca soprattutto perché,
davanti a una situazione come la gravidanza di Maria, invece di assumere
l'atteggiamento del giudice severo, che sa tutto e ha capito tutto, pronto
a fustigare i peccatori, sa provare ancora affetto e misericordia.
Malgrado ciò, si deve essere trattato di un momento estremamente
difficile per Giuseppe: una di quelle situazioni, mi pare, in cui sembra
davvero che non ci sia via d'uscita, e che sembrano costringere, senza
scampo, alla sofferenza
Ma la via d'uscita c'è, e la offre l'angelo: accettare come disegno
provvidenziale di Dio quello che sta avvenendo. La risposta arriva nel
sogno, nel momento in cu la coscienza di Giuseppe, tutta raccolta su se
stessa, chiusa alle aspettative della società, sottratta, sia pure
per un attimo, agli schemi imposti dal sentire comune, resta aperta solo
all'azione e alla parola di Dio, che lo riconcilia con il suo destino
che è anche la sua vocazione: essere padre del figlio di Dio, senza
esserlo veramente; essere lo sposo di Maria, senza esserlo fino in fondo.
Ma forse, a dispetto di queste non-vocazioni, c'è una vera vocazione:
amare le persone che gli sono affidate.
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I Pastori
Nel racconto di Luca Gesù nasce in un luogo poco comodo: forse
in un angolo poco frequentato di un caravanserraglio, oppure la parte
bassa di una stanza soppalcata, dove abitualmente trovavano posto gli
animali: in ogni caso, nella parte dove sta la gente, non c'è posto.
Sin dal suo apparire, dunque, Gesù è un outsider
I
primi a riceve l'annuncio della sua nascita sono, nel vangelo di Luca,
i pastori.
Molto problematico capire perché proprio loro a preferenza di chiunque
altro (e nel vangelo secondo Matteo, come vedremo, la situazione sarà
diversa). Gli esegeti sono molto divisi sul ruolo dei pastori: si pensa
comunemente che essi siano chiamati in ballo in relazione con Davide:
il discendente il re-pastore è adorato, sin dalla nascita, dai
suoi "colleghi" pastori. Tutto questo è possibile; mi
chiedo però se davvero, nel Vangelo di Luca, il tema della discendenza
davidica di Gesù, pur presente, sia così forte e insistito:
esso appare più vigorosamente nel vangelo di Matteo - ma anche
questo lo vedremo. Dunque, anche se i pastori sono e restano un elemento
che, nella narrazione, fa pensare a Davide, forse la risposta va cercata
anche in altre direzioni.
Possiamo allora chiederci chi erano e di quale considerazione sociale
godevano i pastori ai tempi di Gesù. Dalle fonti extrabibliche,
soprattutto il talmud, veniamo a sapere che essi godevano di una fama
pessima: vivendo fuori dal contesto urbano, spesso non erano in grado
di osservare tutte le feste e prescrizioni della legge; inoltre erano
frequentemente a contatto con i pagani e sospettati autori di furti e
ruberie (e del resto anche Davide, il re pastore, per un periodo della
sua vita si dedica al taglieggiamento dei suoi vicini - 1 Sam 25): d'altra
parte, vivendo isolati era facile, per loro, non essere scoperti. Dei
poco di buono, dunque: tanto che, se la memoria non mi inganna, spesso,
nel resto dei vangeli, troveremo dei pastori protagonisti di parabole
e racconti, ma non altri pastori in carne e ossa, se non questi
Pensiamoli allora come dei "poco di buono", gente ai margini,
che non ha le carte proprio in regola con il comune sentire e pensare.
Esclusi ed emarginati, proprio a loro si rivolge l'annuncio del "fatto
nuovo" che è accaduto: la nascita di un salvatore. Se questa
notizia riempirà di gioia tutto il popolo, i primi a gioirne sono
loro, i pastori. Gli angeli annunciano la pace per gli uomini che Dio
ama (la benevolenza non è quella degli uomini di "buona volontà,
tanto incerta, ma quella di Dio, che vuole bene a tutti - ed ecco perché
la traduzione è cambiata, per fortuna!): tra questi ci sono anche
i pastori, che, affrettandosi, vanno a presentarsi, come ospiti inattesi,
a Maria e Giuseppe: ospiti inattesi, ho detto, come lo sarà la
donna peccatrice che lava i piedi a Gesù, una poveraccia disprezzata
da tutti (Lc 7, 36-50); senza indugio, come Zaccheo si affretta a scendere
dall'albero per fare buona accoglienza al Signore (Lc. 19, 1-10).
L'oggi annunciato dall'angelo (Oggi vi è nato un salvatore..) risuona
alle orecchie di Zaccheo (Oggi devo fermarmi a casa tua
); anche
il ladrone, lo sentirà ripetere, all'estremo della sua vita (Oggi
sarai con me in paradiso, Lc 23, 39-43) anche il ladrone, un farabutto
che, dalla croce, chiede a Gesù solo di ricordarsi di lui, di non
dimenticarsene. Forse i pastori, insieme ai loro compagni di sventura
appena citati (la peccatrice, Zaccheo, il ladrone) sono l'immagine di
quelle persone, di tute quelle persone che, a furia di essere guardate
con disprezzo e commiserazione, iniziano a pensarsi davvero degni di commiserazione
e disprezzo. A guarirli è, prima di ogni altra cosa, lo scoprirsi
chiamati, guardati con benevolenza, accolti. Forse proprio per questo
Gesù ha convocato, attorno alla mangiatoia, i disprezzatissimi
pastori
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I Magi
Poche figure hanno suscitato curiosità come i magi del presepe,
e pochi personaggi hanno ricevuto un carico di sovrastrutture pari al
loro. Intanto, non sappiamo i loro nomi (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre
sono loro attribuiti dalla tradizione occidentale - diversa da quella
orientale); non erano re (lo sono diventati sulla scia del salmo 72) e
non sappiamo quanti erano (si dice solo che portano tre doni
). Quanto
alla loro razza, all'età, alla provenienza, navighiamo nel buio
più completo. Questi misteriosi Magi non hanno dunque niente da
dirci? No, invece: hanno moltissimo da offrire alla nostra riflessione,
ponendoci su una pista in una misura simile a quella fin qui battuta,
e in un'altra nuova.
Se il vangelo di Luca presenta Gesù come colui che ha misericordia
dei poveri e viene a mostrare il volto misericordioso e paterno di Dio,
Matteo mette maggiormente in evidenza come nel Signore Gesù si
è compiuto l'Antico Testamento. Nella comunità di Matteo
doveva essere presente un forte elemento di origine ebraica: lo si nota
in tutto il Vangelo, che presenta 5 discorsi di Gesù, simili a
quelli che Mosè pronuncia nel Deuteronomio; ma lo si vede già
nei primi due capitoli, i racconti dell'infanzia, dove sono presenti mote
"formule di compimento" (Mt 1, 22-23; 2, 15. 17-18. 23). Gesù
viene dunque a compiere quanto Dio ha promesso a Israele, quelle promesse
di cui il popolo eletto era tanto geloso, pur riconoscendo che esse non
erano qualcosa di meritato, ma piuttosto un regalo di Dio, del tutto gratuito:
intanto, però, Dio il regalo lo ha fatto solo a loro! Dt 7, 7-14
è brano che colpisce per la dolcezza verso Israele e la violenza
verso gli altri: ma gli altri non sono come Israele, sono pagani, peccatori,
di cui, con ogni probabilità, Dio non si interessa: altrimenti
li avrebbe scelti
Nella comunità di Matteo, forse, c'è
chi la pensa così; ma ci sono anche cristiani che provengono dal
paganesimo: come spiegare agli altri, quelli di tradizione ebraica, che
li devono accogliere senza discriminazioni perché, benché
diversi da loro per tradizione e cultura, anche per loro Cristo si è
incarnato, ha sofferto ed è risuscitato? Matteo segue una strategia:
tutto il Vangelo segna una progressiva apertura dal particolarismo giudaico
(per esempio, la difesa della legge nel discorso della montagna) a una
universalizzazione della chiamata, che culmina, alla fine del Vangelo,
nel comando di fare discepole tutte, ma proprio tutte, le genti (Mt 28,
19-20): non conta più fare parte o non del popolo dell'antica alleanza:
quel che conta è la fede in Cristo. Ciò viene in qualche
modo anticipato nella scena dei magi. Una stella, un elemento della natura,
anche se apparso in circostanze straordinarie, ha guidato quegli uomini,
un po' sapienti, un po' stregoni, e in ogni caso estranei al popolo delle
persone perbene, verso Gesù. Lo cercano, vogliono entrare in contatto
con lui, ma non sanno come fare. Chi invece avrebbe tutti gli strumenti
per incontrarlo, cioè Erode e tutti i sapienti di Gerusalemme,
si chiude nella difesa del proprio privilegio, del proprio sapere, delle
proprie certezze, senza lasciarsi interrogare dal fatto nuovo della stella,
dalla nascita di quel bambino. I magi, e solo loro, troveranno il Signore,
e avranno la possibilità di offrirgli i loro doni, di fare amicizia
con lui. Non ripasseranno più da Gerusalemme, che, almeno allora,
non si farà loro compagna nel cammino: ma non per questo si allontaneranno
da quel bambino, oggetto della loro adorazione. Respinti, gabbati, presi
in giro e strumentalizzati da Erode e da Gerusalemme, solo davanti a Gesù
bambino e a Maria i magi possono aprire gli scrigni e tirare fuori il
tesoro che hanno e che sono.
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