La Sorgente

La Relazione in uscita


Incontro di Domenica 14 Settembre 2014


La relazione

23Durante quella notte egli [Giacobbe] si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Jabbok. 24Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. 25Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. 26Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27Quegli disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". 28Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". 29Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!". 30Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perché mi chiedi il nome?". E qui lo benedisse. 31Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel, "Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva". 32Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca. 33Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l'articolazione del femore, perché quell'uomo aveva colpito l'articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Gn 32,23-33

Ogni relazione (anche quella con Dio) è anche una lotta.
Se lascio entrare nei miei affetti (amore, amicizia, collega) l'altra persona, l'altra persona sconvolge un equilibrio già consolidato è necessario ricreare nuovi equilibri che questa volta tengano conto di tutti e due.
Quanta confusione interiore possono generare anche situazioni belle ed esaltanti come un innamoramento, una nuova amicizia.
Imparare a gestire le nostre relazioni si rivela essere una vera e propria arte, mai scontata e piuttosto difficile che richiede tutto l'impegno e l'amore possibili.
Ciascuno deve fare il suo passo verso la soluzione di quella lotta, uno fa un passo e mostra la sua disponibilità, l'altro allora fa il suo e così via sino a che la stretta della lotta si trasforma in un abbraccio ... in una benedizione,
Mi libero dalla stretta, o meglio la trasformo in un abbraccio, solo quando mi fido di chi ho di fronte.
Uno (un uomo? Un dio? Un angelo?) invoca la libertà dalla stretta, l'altro invoca la sua benedizione.

Jacob

Le mie relazioni interpersonali:

  • Mi ritrovo nella lotta a volte come colui che stringe e altre volte come colui che benedice.
  • In ogni rapporto d'affetto posso bramare il possesso dell'altro, desiderare l'abbandono alle braccia dell'altro, sia stringere fra le braccia sia abbandonarmi alla stretta dell'altro, sia liberare che benedire.

L'equilibrio fra il possesso e l'abbandono;

  • Ogni relazione matura cerca continuamente l'equilibrio fra questi due aspetti e si impegna a ricevere e a dare non con la logica dello scambio commerciale ma con quella dell'amore gratuito.



Jacob Jacob Jacob Jacob
Jacob Jacob Jacob Jacob

Croce promessa di vita
...

Se c'è un'immagine distorta di Dio capace di deformare il suo essere ed il suo agire con gli uomini, è l'idea - ancora abbastanza radicata - del Dio che "manda" le croci: è infatti facile udire nel linguaggio di tutti i giorni frasi quali:

  • "ognuno ha la sua croce"
  • "è la croce che il Signore ci ha dato"

In tutte queste espressioni, per "croce" si intendono le inevitabili tribolazioni che incontriamo nella vita.
Nel Nuovo Testamento, tuttavia, mai viene associata la figura della croce (gr. stauròs; xylon) con la tribolazione dell'uomo. Della settantina di volte (73) che nel NT si parla della croce, non si trova una sola espressione che la indichi come sofferenza che non è possibile evitare e che ogni uomo deve accettare e sopportare.

COSA ERA LA CROCE?

Inventata dai Persiani, più che un sistema di esecuzione capitale il supplizio della croce era usato come crudele tortura che, dopo strazianti tormenti e una lenta dolorosissima agonia, conduceva alla morte, che sopravveniva dopo tre o perfino sette giorni.
L'infamante pena della crocifissione non era contemplata dal diritto penale giudaico come giudizio capitale.
Questo strumento di tortura, appreso dai cartaginesi, venne chiamato dai romani crux, e fu da costoro considerato il mezzo più efficace per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza, e adottato come deterrente per sottomettere gli schiavi ed ogni individuo pericoloso alla sicurezza del loro potere. La crocifissione venne usata anche come mezzo di intimidazione durante le rivolte.

Se abbondante era l'uso della crocifissione, scarse sono le informazioni, sulle modalità di esecuzione, da parte degli scrittori dell'epoca, per cui non siamo in possesso di nessuna descrizione dettagliata di questo supplizio rimasto in vigore fino a Costantino. Da quel poco che è stato tramandato sappiamo che il condannato, dopo esser stato flagellato, veniva legato saldamente al legno orizzontale (lat. patibulum), e condotto verso il luogo dell'esecuzione - normalmente posto fuori delle mura della città - portando appesa al collo una tavoletta con scritto la motivazione della sentenza che veniva poi fissata sul palo verticale.
L'altezza del palo era poco più di quella di un uomo. Solo in casi molto particolari, quando si voleva lasciare esposto il torturato alla vista di tutti come macabro monito, si usavano pali più lunghi. A metà di questo palo un piccolo appoggio in legno sosteneva il condannato impedendogli così una morte più veloce e garantendo una lenta agonia. Poi il condannato veniva denudato, nuovamente flagellato, ed issato al palo. Non ci sono molte testimonianze sull'uso dei chiodi. Per Gesù è solo dai racconti della resurrezione che sappiamo che venne inchiodato. La maniera di fissare il trave trasversale sul palo verticale variava sempre e non si conosce l'esatta forma della croce. La morte sopravveniva per sfinimento o asfissia. Il cadavere veniva lasciato putrefare sulla croce rimanendo in balia degli uccelli rapaci e dei divoratori di carogne.

Le sofferenze fisiche e morali dei crocifissi, destinati a morire dopo questa straziante tortura, sono inimmaginabili. All'epoca di Gesù questa morte veniva considerata dai giudei come la più ripugnante, ed è proprio all'orrore per questa condanna che veniva inflitta esclusivamente ai rifiuti della società, ai "maledetti da Dio" - come definisce il libro del Deuteronomio gli "appesi al legno" - che Gesù si riferisce con il suo invito a "prendere su di sé la croce".

CONDIZIONE PER LA SEQUELA

L'invito a sottomettersi volontariamente al supplizio della croce - completamente assente nell'AT e nella letteratura ebraica - è nel Nuovo Testamento, e in particolare nei vangeli, strettamente legato alla sequela di Gesù, sempre proposto e mai imposto. Nei vangeli questo invito appare in tutto solo cinque volte - mai in Giovanni - e viene sempre espresso per sciogliere un equivoco.

In tutti questi brani gli evangelisti stanno molto attenti a non usare verbi come "portare" [gr. pherô], "accogliere", "accettare" [gr. dechomai] la croce, termini che indicherebbero un atteggiamento passivo dell'uomo al quale non rimarrebbe che accettare quanto Dio ha stabilito. Gli evangelisti usano verbi attivi: "prendere" [gr. lambanô] e "sollevare" [gr. airô; bastazô], sottolineando con questo il preciso momento in cui il condannato afferra con le proprie mani lo strumento della propria morte.

La croce quindi non viene mai data da Dio ma presa dall'uomo, come conseguenza di una libera scelta fatta dall'individuo che, accolto Gesù ed il suo messaggio, ne accetta anche le estreme conseguenze di un marchio infamante. Per questo la croce non è per tutti: "Se qualcuno...", "Se vuoi..." è la formula della proposta di Gesù che è sempre diretta ai suoi discepoli e alla loro libera volontà. Un invito - chiarissimo nelle sue conseguenze - e non un'imposizione che grava su tutti. Il Signore non costringe alla sua sequela dei rassegnati, ma invita persone libere che volontariamente ed entusiasticamente lo seguano.

Il significato poi di questi verbi attivi: "sollevare", "prendere", riferiti alla croce, indica che l'accento non sta nella sofferenza fisica, né tantomeno nella morte, che si consumeranno nel luogo dell'esecu¬zione, ma nel momento precedente, il più umiliante, che è camminare in mezzo alla gente caricando il legno, caricandosi pure con esso l'insulto, l'obbrobrio, la vergogna, il disprezzo che, per legge, gli spettatori dovevano propinare al condannato sulla sua via crucis. è a tale infamia che Gesù allude quando avverte i discepoli delle conseguenze della sua sequela: chiunque desideri essere suo discepolo e voglia imitarlo nella costruzione del Regno, sappia - e ne sia disposto - che dovrà caricare sulle sue spalle il disprezzo del mondo, per amore dei più poveri.

La croce era quindi il supplizio per i disprezzati, per i rifiuti della società; e Gesù, che non offre titoli, privilegi, posti onorifici, avverte coloro che intendono seguirlo che - se non arrivano ad accettare che la società, civile e religiosa, li consideri delinquenti e bestemmiatori, che il sistema su cui si regge il mondo li dichiari gente indesiderabile - non lo seguano! Perché costoro: "quando giunge una tribolazione o persecuzione a causa del messaggio, cadono!" (Mc 4, 17).

Prendere la croce quindi non è subire rassegnati quanto di brutto accade nella vita, ma accettare volontariamente e liberamente, come conseguenza della propria adesione a Gesù, la distruzione della propria reputazione, e di se stessi: "Se hanno chiamato Belzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!" (Mt 10, 25); "Sarete odiati da tutti a causa mia!" (Lc 21, 17).

L'infamia della croce è il prezzo da pagare per la creazione di una società alternativa chiamata "Regno di Dio", i cui valori sono diametralmente opposti a quelli della società ingiusta:

  • CONDIVISIONE invece di ACCUMULO,
  • EGUAGLIANZA invece di PRESTIGIO,
  • SERVIZIO invece di DOMINIO.

La croce diviene un passaggio inevitabile ed indispensabile per ogni credente che voglia seguire Gesù nel cammino della verità verso la libertà (cf Gv 8, 32). Solo chi è libero può veramente amare e mettersi a servizio di tutti (cf 1 Cor 9, 19; Mc 9, 35), e perdere la propria reputazione è l'unico modo per essere totalmente liberi e di conseguenza pienamente animati dallo Spirito! (cf 2 Cor 3, 17).

Quando il credente rinuncia alla propria reputazione è maturo per il passo successivo: perdere la paura della morte. Fintanto esiste questa paura non è libero di fronte a quanti lo possono minacciare. Gesù invita a non considerare neanche la vita fisica come un valore supremo, non con una fanatica chiamata al martirio, ma trasmettendo la certezza che la vita che lui comunica all'uomo è di una qualità tale da superare persino la morte (cf Mc 8, 35; Gv 6, 51; 12, 24). Per questo il legno della croce, da sterile strumento di distruzione dell'uomo si trasforma nel vivificante "albero della vita" (gr. xylon tês zôês, cf Ap 2, 7; cf Gen 2, 9) che trasmette all'uomo linfa vitale per oltrepassare la morte.

IN SINTESI

Quanti accettano Gesù e il suo messaggio sono chiamati ad impegnarsi perché ogni uomo abbia la possibilità di raggiungere una condizione di vita degna di tale nome.
Questo impegno li condurrà inevitabilmente, non solo a denunciare con la parola tutte le situazioni di ingiustizia che impediscono la pace, ma - con il proprio comportamento - essere una denuncia per la società, rifiutando ogni forma di potere e di ricchezza che sono la base dell'ingiustizia tra gli uomini (cf Mt 5, 3), attirandosi così l'ostilità di quanti si vedono smascherati da questo comportamento, come viene ottimamente descritto nel Libro della Sapienza:

Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni... ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade (Sap 2, 12.14-15).

La rinuncia all'ambizione, sovverte la scala di valori di una società basata sull'oppressione dell'uomo. Un sistema che non tollera qualsiasi forma di dissenso o contestazione che possa in qualche modo minare il suo potere e che scatena la persecuzione contro chiunque ritiene pericoloso per la solidità del proprio prestigio.
Dai vangeli sappiamo che non esistono persone più pericolose per il sistema di coloro che si impegnano perché l'uomo sia felice (cf Mt 10, 22; Gv 15, 21). Il lavoro per la pace viene visto dal "mondo" come una sfida ai princìpi sui quali si regge il sistema, ed è considerato un crimine talmente grave da annullare persino i più stretti legami del sangue ed essere meritevole di morte (cf Mc 13, 12-13). L'autore della lettera agli Ebrei formulerà questa scelta come un "uscire dall'accampa¬mento" per andare verso Cristo "portando il suo obbrobrio" (Ebr 13, 13). Per questo Gesù avverte i suoi che chiunque farà della propria esistenza un dono d'amore, perché altri ricevano vita, incontrerà in questo suo cammino come inevitabile conseguenza la croce.

La croce non è pertanto una sorta di spada di Damocle che grava su tutta l'umanità, ma - come per Gesù - la possibilità di rendere visibile l'amore del Padre al mondo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito..." (Gv 3, 16) e, per Gesù la capacità di manifestare pienamente se stesso: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono" (Gv 8, 27). Gesù nella croce dimostra chi è Dio e chi è l'uomo che ha in lui la sua massima realizzazione.

La croce - espressione in definitiva dell'amore di Dio all'uomo - è la nuova Scrittura che - parlando il linguaggio universale dell'amore - può essere letta e compresa da tutta l'umanità (cf Gv 19, 19-22).